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“Storia di una mancata pennica in piena estate”

scritto da Remo il 25 lug 2009 - 04:29 14 commenti
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 Questa, per chi avrà la pazienza e la curiosità di leggerla, è una metafora della mia recente esperienza sociale-culturale.  Mi è uscita dalla penna l’estate di quattro anni fa, quando mi sono accorto che stavo per diventare una persona che avrebbe fatto, inaspettatamente, alcune cose molto importanti per la cultura della nostra Ortona.  Non avevo mai avuto l’occasione di pubblicarla.

Il tempo è passato e diverse circostanze sono mutate, come scoprirete. Fortunatamente per loro e per noi, tutti i protagonisti, dei quali dovrete scoprire da soli l’identità, godono di ottima salute.

La chiosa era ed  è quello che penso: fuor di metafora. Chi mi conosce lo sa!

Storia di una mancata pennica in piena estate

 

Era il primo pomeriggio di semi-rilassamento: lo Studio aveva chiuso per la settimana di ferragosto. Il quotidiano impegno al Comune non era non pressante. Pensavo, come tutti in questo periodo, ad allentare il più possibile le tensioni. L’unico modo che conosco per raggiungere il risultato, è quello di dormire. Ma non dormire e basta: dormire per sognare. Se c’è una cosa che mi riesce bene, da sempre, è sognare. Riesco a sognare anche a tema o a riprendere il sogno finito. Sogno anche a puntate, se proprio mi piace quello che sto sognando. Avevo sistemato il lettino da spiaggia, con tanto di morbido cuscino; mi ero appena sistemato sotto l’ombra del gelso di nome Antonio. Di gelsi ce ne sono due, dietro casa, che per abbracciarli ci vogliono due persone: uno si chiama Tonino, e l’altro Antonio; con tanto di targa di legno e scritta d’oro inchiodata sul tronco, in onore di due grandi amici che li hanno espiantati, da vicino alla casa e ripiantati dove sono. Avrei dovuto tagliarli e non me lo sarei mai perdonato. Sono stati “battezzati” in una memorabile serata: aspersi di Montepulciano. Stavo per farmi, finalmente, una grande incommensurabile pennica. Con la speranza di farne tante altre. Subito dopo essermi sdraiato, sono stato preso da un sonno così profondo da far impallidire Morfeo. In meno di un attimo sono finito nel sonno rem ed ho iniziato a sognare. La scena, che sembrava più reale del vero, come del resto accade ai sogni, era la seguente: circa le 23 o anche oltre di una calda serata d’estate; il contesto lo stesso dove avevo appena preso sonno; sotto i gelsi di oltre cento anni, con i tronchi corrugati che sembrano le rughe di quei vecchi pescatori di una volta. Sedute sulle sedie da giardino, come se aspettassero, pacificamente, c’erano diverse persone. Non riuscivo a distinguerne il numero. La luna era piena ed inondava della sua luce diafana tutta quella specie di piazzetta. Si distingueva nettamente, a ovest la sagoma panettoneggiante della maiella ed a Nord-ovest i picchi del gran sasso. I grandi rami dei gelsi, pieni di foglie sino all’inverosimile, sotto i quali  nella realtà, ormai ronfavo come un gattone con la pancia piena, costituivano una specie di sipario di un immaginario palcoscenico, di cui lo sfondo era l’enorme distesa d’argento, per nulla increspata dalla brezza notturna, che non infastidiva gli attori e che anzi contribuiva a metterli a proprio agio. La spessa ombra delle larghe foglie verde scuro, copriva dalla luce della luna, le persone non facendole distinguere neppure da vicino. Quando i rami mossi dal brezza si spostavano leggermente i volti e solo essi si materializzavano illuminandosi, uno alla volta. Si percepiva netta la sensazione che tutti i presenti godessero di quel bel momento. Come se, già satolli per una gradita cena, si preparassero a gustare qualcosa di ancor più succulento: il dialogo; confronto tra le loro intelligenze. Parlavano tra loro in maniera affabile con toni vellutati, anche le loro voci erano gradevoli, non si notava nessun sintomo di aggressività o prevaricazione, quasi a significare che erano tutti sullo stesso piano, sulla stessa lunghezza d’onda. Non tanto per la familiarità che mostravano di avere l’uno con l’altro, quanto perché parlavano capendosi l’uno con l’altro. Dicevano l’essenziale ma era come se tutto il resto era presupposto. Come se ci fosse tra loro una grande condivisione.

Si spostò un ramo del grande e frondoso gelso ed il primo volto ad apparire fu quello di un segaligno prete che indossava una camicia blu a maniche corte. Con la faccia ossuta, ancor più pallida del solito, per via del chiarore della luna, iniziò a parlare. Disse che per lui era stata una bella scoperta quella di trovare in quella città persone tanto interessanti e piene di spirito di iniziativa. Ricordò alcuni suoi amici della città da cui proveniva che avevano uguale dinamicità, ma che purtroppo non c’erano più. Raccontò, mentre tutti lo seguivano compiaciuto, alcuni episodi dei viaggi che aveva fatto con una delegazione di Ortonesi in Grecia, in India ed in Mesopotamia, per ricostruire le tappe fatte dalle reliquie si san Tommaso per arrivare ad Ortona. Disse: dopo più di settecento anni finalmente vi siete mossi su questo cammino, grazie per avermi fatto partecipare. Le foglie si spostarono e la luce illuminò la faccia di una signora sulla sessantina, che iniziò il suo dire utilizzando un italiano forbito e senza alcuna inflessione dialettale. Si capì subito che era una professoressa, anche perché spesso faceva riferimento ai giovani che aveva avuto come alunni che avevano fatto delle belle carriere. Era soddisfatta di come le cose stessero procedendo in città. Si vedeva che è un ottimista, ma riusciva ad inculcare anche negli altri tanto buon senso e positività. Sono certa, diceva, che in poco tempo torneremo ad essere una delle città più importanti in Abruzzo.

Le foglie si mossero ancora ed apparve una bella testa bianca come se fosse cosparsa di neve. Il centro di raccolta della documentazione di San Tommaso, disse l’austero signore, è pronto dobbiamo solo mettere a punto alcune cose e finalmente Ortona avrà un posto che conterrà tutto ciò che riguarda San Tommaso. Poi, aggiunse, stanno per uscire due libri importanti sulla nostra Ortona.

Ma il vento birichino, come se gli togliesse la parola, spostò i rami ed apparve una signora che dimostrava molto meno dell’età che aveva. Elegante nel vestire, molto decisa nell’eloquio. Esordì dicendo che le risorse culturali ortonesi andavano sfruttate al meglio; che c’erano tante cose sulle quali bisognava intervenire, come ad esempio gli scavi archeologici nel castello. Ma, ed in questo fu categorica occorreva creare, in città, una nuova mentalità di approccio ai temi comuni, come quelli culturali.

Le fontane antiche le fontane antiche, disse una voce che riuscì ad anticipare di un attimo la luce della luna, che improvvisamente gli inondò il viso. Non dimentichiamo che ci sono anche due fontane meravigliose che devono essere recuperate completamente e messe a disposizione del pubblico. Sono pronto a lavorarci anche mesi e gratis, ma dobbiamo renderle fruibili, restituirle ai cittadini.

Si, si, le fontane, va bene! sono già in programma ma il Teatro….

Siamo arrivati ormai non c’è che da aprire le porte ed entrare ce l’ho fatta. Sono riuscito a restaurare quel gioiello che è nel cuore di tutti gli ortonesi. Pensiamo bene come fare l’inaugurazione. Consegneremo alla storia contemporanea questo meraviglioso risultato. Da come parlava si capiva che ormai il Teatro era per lui come un figlio per il quale si preoccupava del suo futuro.

Margherita, vi dimenticate di Margherita. La signora vi viene a tirare i piedi di notte se non ci decidiamo a farle fare una bella figura. Appena il Palazzo Farnese sarà restaurato dobbiamo fare il gemellaggio con Oudenarde suo paese natale. Oltre al libro che ho editato sui suoi vestiti ora è necessario fare in modo che tutte le città di Margherita si mettano assieme per fare un bel progetto su di lei. Disse un altro che aveva avuto la sua parte di luce. Quando la biblioteca comunale sarà spostata alla Sala Eden, nel palazzo Farnese, rimesso a nuovo, non solo Madama Margherita ma il museo civico diventerà qualcosa di straordinario. Già così è un centro di importanza strategica culturale, aggiunse un altro signore appena la luce della luna aiutata dal gelso glielo consentì

Siii!! E mò!…, si inserì una voce greve; adesso facciamo che parliamo di tutte queste cose e trascuriamo Ciccillo. Appena torno dal Giappone dove oltre 500 artisti canteranno Tosti definiamo anche il calendario per il Teatro. Bruson mi ha confermato che ci sarà lui ad inaugurare il Teatro

Continuavano a parlare anche interrompendosi ed il gelso che lo aveva capito spostava i rami, assecondato dal vento, dando ad ognuno l’attenzione di luce che meritava. Si infervoravano quasi nel tentativo di aggiungere sempre qualcosa di ulteriormente positivo a quanto ognuno aveva a cuore. Si capiva che erano uniti dal grande amore per la città nella quale vivevano.

Una sola figura non veniva illuminata ma c’era. La sua presenza si sentiva, eccome! Anzi avevo l’impressione che, senza mai nominarlo, tutti avevano fatto riferimento a lui e che lui, indulgente e benevolo, acconsentiva tacitamente ai progetti ed alle speranze degli astanti.

Tutti si aspettavano che la luce si spostasse su di lui ma, che per un gioco strano del venticello, ciò che era avvenuto per gli altri non avveniva. Il contorno della persona al chiaro di luna si intuiva, ma la faccia non veniva fuori. Solo io non capivo chi fosse.

Come se stanco di aspettare il suo turno, il suo momento di luce, il soggetto restato sino ad allora in ombra, ombra iniziò a parlare. La voce piena di uomo maturo, ma suadente, come musica disse:

Ho ascoltato tute le vostre parole, mi sono sembrare ancor più gradevoli del vino fresco che l’ospite ci ha servito. Sono felice di essere tra voi; di avervi come amici. In questo mondo dove tutti pensano molto, troppo, a se stessi, ho letto nelle vostre parole, nella gioia che mettevate nel parlare di quanto fate, non solo il piacere che provate nel realizzare i vostri progetti, ma un trasporto, un amore per la nostra città che vi fa onore. Voglio per una volta fare l’immodesto e dirvi che io me ne intendo di persone. Sono stato a contatto con tanti giovani o formato, ho plasmat,o decine e decine di persone. Mosso dal vostro stesso spirito e trasporto verso la città ho studiato e scritto tanto, su tutto ho tenuto decine e decine di convegni. La storia di Ortona, quella vera, l’ho scritta io. Come sapete sono stato anche amministratore, pensate che avevo la più forte corrente politica del partito di governo: non si è fatto nulla in Ortona dal dopoguerra ad oggi che io non abbia voluto. Persino i potenti di turno mi temevano. Sono stato l’unico che ha difeso il territorio: sono epiche le mie battaglie giudiziarie. Ho creato anche una classe politica. Rettitudine, correttezza, abnegazione!! Sono i principi che hanno mosso il mio operare! Cari amici, il piacere che mi date questa sera è infinito. Mi conoscete da tanti anni, non sono indulgente neppure con me stesso anzi, proprio da me da me pretendo il massimo. Ma questa sera finalmente ho l’impressione che quanto ho seminato negli anni stia per essere raccolto. Il mio giornale, la mia radio, insomma tutto quanto ho fatto in questi anni per voi è servito per creare voi, belle persone che siete riuscite a compiere il miracolo che tutti hanno sotto gli occhi… Far risorgere Ortona. Un cumulo di macerie così la guerra ce l’aveva consegnata, solo oggi finalmente, grazie a voi, i morti le distruzioni non esistono più. Sono felice che abbiate seguito tutti i miei suggerimenti. Avete portato a termine ognuno il vostro compito sotto la mia sapiente regia ed oggi possiamo dirci soddisfatti. E’ stato mio il suggerimento di spostare il monumento ai caduti da piazza San Tommaso. E quanto ho lavorato per aiutare Astro Fulgente a raccogliere i poveri resti, delle vittime civili da inserire le cassette delle ossa, non ne avete idea. Alla cerimonia di inaugurazione del sacrario, però, lasciatemelo dire sono stato grande, la mia allocuzione viene studiata al liceo classico, di cui sapete sono stato per tanti anni preside. Solo grazie a me la battaglia di Ortona non è stata dimenticata. Pensate che ho dovuto difenderla da chi voleva appropriarsene: filo canadesi da un lato e filo tedeschi dall’altro. La Battaglia, è di Ortona e basta! Ho detto. E tutti si sono adeguati. Ho proposto ultimamente la costruzione di un Acqua Fan e di una discoteca sul colle di San Donato, perché i giovani così possono onorare anche quelle povere vittime, anche se ci vanno i costume che fa, sono ragazzi. L’ambasciatore canadese che è un mio amico, legge tutti i numeri del mio giornale, ha detto che lo posso fare. Poi grazie per avermi assecondato quando vi ho suggerito di sistemare adeguatamente le sepolture di Tosti, Albanese, Cascella. Cos’è una città che non onora i suoi Padri. Se continuerete a seguirmi vedrete completeremo il Porto (la diga foranea è un’inezia rispetto a quello che posso fare), consolideremo il castello; parcheggeremo a Cilenti ed al Ciavocco. Chi cercherà di avere una cappella o un loculo non dovrà aspettare più le calende greche.

Il suo parlare era ormai come un fuoco d’artificio, proprio quelli che ama tanto a Perdono è lui che sceglie la ditta per i fuochi, lo ha ammesso e si capiva che come i fuochi stava per arrivare all’apice.

Tutti sembravano rapiti del suo parlare con gli occhi sgranati. In loro era come se si moltiplicassero le energie, come se ognun di loro diventasse più pronto anche a trasmettere agli altri la forza che promanava da quel incredibile uomo che aveva fatto della sua esistenza il bene della città. I volti di tutti erano raggianti. L’uomo sempre coperto dalla penombra continuava…

Voglio infine dirvi che una comunità deve avere in se la spina dorsale.. Deve essere come una persona, spina dorsale forti braccia, robuste gambe ma anche con un grande testa, come la mia.

 

continuava

E non vi fatevi ingannare dai facili successi. Bisogna lavorare per ottenere risultati. Pensate che solo con tanto, ma tanto lavoro ho fatto in modo che il collegio elettorale di Ortona non finisse in mani cattive. Per ben due volte ho lottato con le unghie e con i denti affinché come deputato venisse un uomo, un pio credente, contrario al consumo delle droghe anche quelle leggere. La terza ho fatto venire un altro amico, un socialista vero non di quelli che andavano in giro in città sino a poco tempo fa. Scrivo poco di lui sul mio giornale perché è talmente bravo talmente presente, così attento ai problemi del territorio, che se scrivessi anch’io di lui mi accuserebbero di piaggeria. L’amico che ho portato al senato, che ho votato e fatto votare è l’espressione della nostra società: è come voi, come se fosse mio figlio. Io gli ho insegnato quando è stata scoperta l’america, quando è finita la guerra, chi ha dipinto la gioconda…, insomma tutto. Ha un po’ poca memoria ma non fa niente. Lo sento tutti i giorni sono riuscito a mettere nel suo staff persino un paio di miei allievi. Gli ho insegnato anche ad amministrare. Nessuna clientela perbacco!!!! Vedete che grandi risultati. Tutta l’Italia ce lo invidia.

Inaspettatamente disse, questo giovane poi, girando la faccia verso di me, l’ho creato io!

Stentavo a crederci. Il nume, la luce, l’immenso stava rivolgendosi a me. Ero preso da una emozione così forte che quasi non riuscivo a contenere. Speravo quasi che non fosse così. Pensavo in fondo io non c’entro niente, non ho fatto neppure il liceo classico (anzi ho realizzato lo scientifico in Ortona, e mal me ne incolse), non sono degno di attenzione da parte sua. Non la merito, perbacco! Forse non sa che persino mia moglie è arrabbiata con me perché a tavola, a volte se non ho il tovagliolo a portata di mano, senza farmi accorgere, (ma lei mi vede sempre), mi pulisco le dita al bordo della tovaglia, sotto al tavolo. Ero sconcertato cosa poteva accadermi se il nume che mai si era occupato di me nel corso degli anni adesso mi si rivolgeva. In fondo già gli dovevo tutto. Era stato lui che aveva fatto in modo che dal suo giornale mi venissero attribuiti sempre meriti che non avevo. Era lui che mi aveva aiutato anche nella professione. Pensate assieme agli altri amici volutamente si era fatto processare come amministratore, per farsi assolvere, non sempre, però. Sempre ad interessarsi a me a di scrivere. Facendosi aiutare anche da alcuni fidatissimi amici e parenti. Aveva creato un personaggio. Buono, onesto, corretto, addirittura bravo, finanche bello. Alle ultime elezioni regionali solo grazie al suo appoggio ero riuscito in un bel exploit. Aveva creato un fan club dal nome “Insieme per Di Martino”.

Con il suo suadente tono quel eloquio, che gli consente, ove lo volesse ma non lo fa perchè lui dice sempre e solo la verità, di rendere vere anche le cavolate, andava avanti…

Finalmente, sempre grazie alle mie opere possiamo vantarci di avere una classe politica seria di gente che non vive di politica. Fratino è stato un mio allievo.

Vedrete il futuro sarà prospero per Ortona e per tutti voi.

Anche per il nostro ospite prevedo un grande futuro! Sono anni che lo dico e lo scrivo sul mio giornale. E’ una risorsa per la nostra città. Azzardo una previsione. Sapete che io non sbaglio il nostro amico presto diventerà…

Fece una pausa per creare quel tipo di suspense che, fatta da persone che sanno usare le parole come il nostro, corrisponde al tempo necessario per chi ascolta a far materializzare davanti agli occhi quella cosa che sta per dire. Ero lì convinto di essere arrivato alla metà. Mi aveva chiamato giovane, ma io sentivo tutti i miei cinquanta come se li avessi spesi tutti per sentire quella parola. Dopo aver pianificato il destino di Ortona, dopo averle dato tutto il lustro che merita, quel uomo incommensurabile, stava per occuparsi di me. D’improvviso la luce. I gelsi si fecero da parte rami e foglie, la luna entro al centro del consesso. Le facce illuminate degli astanti avevano assunto quella specie di ebetismo che precede l’orgasmo. Tutto era pronto per il compimento dell’evento… Questo giovane diventerà…

Di colpo, ebbi la sensazione che il mio cuore si fermasse. Ho pensato: “muoio! proprio in questo momento che cavolo”! Una lama di metallo incandescente mi era penetrata tra le carni e sentivo la punta del ferro che cercava il cuore, dopo aver rotto le costole e perforato i polmoni. Caspita! (mi verrebbe da dire altro), morire prima di sentire la sorte del mio destino. Conoscevo tutto quanto avevo fatto sino ad allora, avevo anche la presunzione di essere stato l’artefice della mia vita, ma adesso stavo per morire. Scorrevano velocemente i fotogrammi della mia vita. Ma non mi interessavano, non mi fregava niente di quello che era stato. Mi interessava il resto, avrei accetto anche di morire, dicevo tra me, accetto anche di morire adesso, ma voglio sapere cosa potevo diventare, visto che il custode della verità, la memoria storica della comunità, il grande comunicatore, la Cultura, era in procinto di dirlo. Lasciatemi vivere ancora solo un attimo non spegnete questa mia sete proprio ora. Non ci fu niente da fare. Morii improvvisamente senza sapere la mia sorte o almeno in quell’istante così mi parve. Nel senso che fui costretto a svegliarmi. Ero stato raggiunto da un super gavettone di acqua e ghiaccio, che i miei figli con molto cura avevano preparato, facendomelo piovere proprio da sopra l’amato gelso che vigliaccamente si era prestato a queste congiura: lo scherzo che mi fanno tutti gli anni, per inaugurare la mia breve estate. Con gli occhi di chi ha appena visto la morte in faccia vedevo le persone che amo di più al mondo, distanti abbastanza per fuggire ad una mia reazione, ridere con soddisfazione, con in faccia un misto di sadica preoccupazione per via della reazione che avrei potuto avere.

“Meno male” dissi a loro che “se il mio destino sarebbe dovuto dipendere dal sogno che ho appena fatto vorrebbe dire che neppure questo gavettone è vero”. Non capirono a cosa mi riferissi e pensarono che papà a cinquanta anni suonati sta dando i numeri.

 

Buona estate a tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni miei amici sostengono che la mia sia una ossessione. Tento, ormai da anni, inutilmente di dire, che non è così, che forse è il contrario. Sono io l’ossessione di qualcuno almeno un paio (offro volentieri di pagare le spese mediche psichiatriche se accettano di sottoporsi a terapia). Non si tratta solo di politici scorretti che, non hanno il senso del rispetto dei propri simili, figuratevi dell’avversario. Comprendo anche se non giustifico. Del resto per arrivare al consiglio comunale hanno sempre dovuto agganciare buoni cavalli, oppure mettersi nei partiti dove tirava il vento (come faccio a dimenticare uno di loro con un asino alla capezza a spasso per il corso o un altro che ha fatto spendere milioni per un ricorso elettorale quando era candidato contro questa amministrazione). Caso strano sono serviti e riveriti ed hanno anche una credibilità dovuta al fatto che sono medici, avvocati ed insegnanti. Non la perdono mai la loro credibilità neppure se si fanno assumere le mogli al comune. Confrontarsi direttamente mai, però affrontare il discorso dell’amministrazione sul piano della concretezza, neppure a parlarne. Ognuno ha il suo padrino, meglio se senatore di Chieti o a Teramo non fa nulla. Hanno la faccia tosta e se le portano avanti. Del resto qualcuno, e quando dico qualcuno il pensiero va alla “mia ossessione” (se mi paga le spese psichiatriche le accetto) avrebbe avuto il compito e l’autorevolezza di far ragionare in termini politici e democratici, coloro che approfittano solo del ruolo. Non è stato così perché l’autorevolezza, come ho cercato di spiegare inutilmente, non è stata conquistata sul campo non è neppure costituzionale per via dell’intelligenza propria, ma è stata imposta con il potere. La politica prima, poi la scuola, il giornale, la radio, l’associazione culturale. Nulla di autentico, di vero, di spontaneo di naturale, tutto posticcio, costruito, falso come quello che vuol far credere. Dietro, sotto, intorno a quella autorevolezza non c’è nulla, fidatevi di chi vi parla una volta tanto. Così divento io solo l’oggetto (o forse l’ossessione) perché non mi allineo al pensiero dominante e come d’abitudine vado a vedere il bluff. Quante volte sono andato a vedere il bluff ed ho perso, pagando sempre di tasca mia. Riflettete gente sulla concentrazione di potere in una solo persona, nelle nostra comunità. Approfittando della sua intangibilità derivante dalla falsa autorevolezza, che abilmente è riuscito a costruirsi, non sul merito, ma solo con la concentrazione di potere, alla quale ha unito anche intensi rapporti clericali. Sorridete pure dicendo che la mia è una esagerazione, ma non è così. La mia ossessione se vi piace così, ha cercato nel corso degli anni di impedire con tutte le sue forze credetemi (gli episodi ultimi dell’ambasciatore del Canada o quello delle scoperte archeologiche ne sono l’ennesima prova) la mia crescita socio-politica. Direte embe!! Siamo in democrazia si può fare. Condivido, però, c è un “ma”.

Allora ossessione o non ossessione ho letto da qualche parte che si scrive per due ragioni: i più per autopsicoanalizzarsi, i meno perché hanno qualcosa da raccontare, io non so a quale delle due categorie appartengo, ma non me ne cruccio, se vogliono pagarmi delle sedute psicoanalitiche le accetto, per me sarebbe la prima volta.

Vi ho raccontato un gavettone di mezza estate (vero) ed un sogno, parzialmente vero, solo perché non intendo più occuparmi dell’augusto signore, riverito da tutta la città, in virtù della sua intangibilità dovuta, come ho detto, alla falsa rappresentazione della realtà di cui è stato abile maestro. Poiché posso dimostrare ove ve ne fosse bisogno che il soggetto vale molto poco, sotto tutti i punti di vista. Siccome chi mi ha preceduto su questa terra mi ha insegnato “a rispettare tutti ma non seguire nessuno” non mi accodo né al pensiero dominante né al political-corrett e, costretto ad andare avanti ed a difendermi da solo, consegno agli uomini liberi di oggi (se ve ne sono, visto che le cose che vedo io dovrebbero vederle anche loro), ed ai posteri questo scritto. Di guisa che tra cent’anni e se a qualcuno dovesse interessare, non resti solo quanto, stampa-spazzatura frutto di una mente politica distorta e negativa, ha voluto consegnare, ma anche il sogno di uno che, ringraziando iddio, è sempre pronto a riceverne ed farne…. di gavettoni si intende.

GIANNI LANNES

scritto da Remo il 14 lug 2009 - 10:32 14 commenti
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Ho saputo per vie traverse, anche perchè non mi sembra che la stampa nazionale se ne sia occupata,  che  Gianni Lannes è stato vittima di un pestaggio ad opera di un politico, nonchè di una grave azione intimidatoria, gli hanno bruciato la macchina. Ho parlato anche con il Sindaco e siamo d’accordo ad ospitarlo nuovamente in Ortona per presentare il suo nuovo giornale On line. Credo sia il minimo che ossiamo fare per dare forza a chi fa dellle inchieste nell’interesse della verità e non della faziosità di qualunque parte sia.

E’ da poco trascorso un anno dalla scomparsa dell’Avv. Tommaso De Flavis

scritto da Remo il 04 lug 2009 - 08:54 7 commenti
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Un anno fa ci ha lasciato ancor giovane Tommaso de Flavis. Ho scritto per lui questa breve ricordo che è stato letto in occasione dellla sua commerazione avvenuta nel Tribunale di Ortona dal Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Chieti. 

Ho avuto modo di leggere un libretto ricordo editato dall’associazione di storia Patria Ortonese che non lo riporta.
Mi sento di ricordare un amico dopo anno che ci ha lasciato con questo mio breve scritto.

Caro Presidente, cari colleghi del consiglio dell’ordine, Signori Magistrati, ed operatori di cancelleria intervenuti.

 

ragioni strettamente personali, non rinviabili, mi tengono lontano da Ortona in questi giorni, perciò, in questa pubblica commemorazione, non posso non far pervenire almeno un segno della mia sentimentale presenza.

 

Grazie Presidente e grazie colleghi per avere voluto questa cerimonia in Ortona presso il Tribunale.

 

Ricordare un Collega, un amico, un compagno di studi è la cosa che ognuno vorrebbe evitare sopratutto quando chi ci lascia ha appena girato la boa della umana speranza di vita.

 

E’ necessario, però, trasferire alla società il valore intero di chi ci lascia prematuramente, per questo scrivo.

 

Il Collega sarà commemorato dai Colleghi, l’amico dagli amici, chi ha condiviso anche parte degli studi universitari quello deve ricordare.

 

Tommaso non poteva permettersi di frequentare l’università come abitualmente oggi fanno gli studenti. Assieme e con auotomezzi il più delle volte presi in prestito partivamo dalle case popolari della Madonna degli Angeli, dove entrambi abitavamo, per Teramo a caccia di esami, ospiti di colleghi studenti che ci davano le dritte sui percorsi di studio più agevoli.

 

Non potevamo permetterci di non superare l’esame e la notte precedente la passavamo interamente svegli a studiare ed a fare strategie sul come riuscire a sedersi davanti all’assistente meno cattivo.

 

Il ricordo che ho dell’amico, e che mi sembra di vedere ancora, risale ad una notte di inverno di trenta e passa anni fa. Nella stanza fredda, perchè lo scaldino volante non era sufficiente, avvolti in due coperte, davanti un bricco di caffè ed al libro di filosofia del diritto, quando cominciava ad albeggiare, Tommaso fece una della più belle ed incisive uscite di spirito di cui ho memoria, per la quale abbiamo riso anche negli a venire.

 

Ecco Presidente e cari Colleghi, l’Avvocato, l’amico, che ci ha preceduto al cospetto del Signore è stato anche un giovane e spensierato studente che, anche dopo, e chi lo ha frequentato lo sa, non si è preso mai troppo sul serio.

 

Addio Tommaso